domenica 25 aprile 2010

L’uomo con la cravatta dal colore di una lingua consumata




Le storie d’amore finiscono, lo sappiamo.
Esistono i divorzi, le liti, gli abbandoni. E i deliri secessionisti. Lo abbiamo imparato bene noi italiani, perché il nostro Paese non è più il tegolino del Mulino Bianco o un piatto di Rigatoni al pomodoro, ma un Pisellone Lungo e Verde che lascia affamati i bambini morosi nelle mense.

In questi giorni abbiamo assistito ad un curioso episodio. Una fiaba forse, di quelle che si raccontano da sole, un videolibro per sognare.
O un temibile incubo da ingoiare ad occhi sbarrati.
Un uomo con la cravatta dal colore di una lingua consumata si alza dalla sua poltrona, nel momento clou di una conferenza aziendale. Sembra furibondo.
Un Tizio in doppiopetto, attaccando la bocca ai sottili microfoni in stereo, urla dall’altare contro di lui, ma l’uomo con la cravatta ha la schiena dritta e punta l’indice verso le stelle.
«… te lo dico in faccia», urla deciso e maestoso. Ha gli occhiali appannati, sa che le sue parole peseranno come macigni.
Scoppia la rissa, volano insulti da una parte e dall’altra. Il Tizio tiene stretto il microfono-scettro per esporre il suo sdegno nel modo più crudo e diretto possibile. E chiama per nome, «Gianfranco», il nostro uomo con la cravatta, gli dà del tu con una confidenza che ha il sapore di un oltraggio.
È la resa dei conti. Sembra una farsa ma non lo è.
Diciassette anni fa la cravatta dell’uomo era rossa, del medesimo colore di una lingua. Non il rosso di Enrico Berlinguer, né quello di Occhetto. Proprio quello di una Lingua. Adesso è consumata. Le parole sono scomparse perché questo Ventennio le ha divorate tutte, le ha ingoiate. E si è pure leccato i baffi. Ma come ha fatto a sparire la parola? È ancora nel ventre del ventennio? E come ha avuto inizio questa storia?
Non lo so, non so dirvi. Ricordo un comico negli anni ottanta che vendeva un quadro dell’artista immaginario Teomondo Scrofalo.
Vendeva fumo, ma lui lo faceva per ridere. Poi arrivò un tale che compariva in televisione a tutte le ore della giornata. Diceva «provare per credere», e vendeva mobili con il sorriso simile all’anta di un comodino.
Non so parlarvi, perché noi italiani non siamo abituati a ricordare, soprattutto a ricordare bene. Perché quando scoppiò tangentopoli si cominciò a diffondere la notizia che l’Italia era un paese di corrotti e delinquenti. Niente di nuovo, direte. Cadde il Governo, caddero tutti quelli successivi, gli italiani avevano bisogno di nuovi ladri da eleggere. L’uomo con la cravatta rossa era una delle poche persone oneste, ma aveva il vizio del neofascismo protoromantico. Troppo immaturo, un po’ New Order ed eccessivamente solenne per servire il Paese.
E l’Italia non andata servita, andava derubata.
Così il Tizio – che proprio oggi ha rinnegato il nostro uomo – scese in campo diciassette anni fa e da allora dal campo non è più ritornato. Aveva promesso 1.000.000 di posti di lavoro, il Ponte sullo Stretto di Messina, il taglio delle tasse, le grandi opere pubbliche e recentemente la guarigione dal cancro senza andare a Lourdes o da Padre Pio.
Nessuna promessa, ovviamente, è stata mai mantenuta.
Praticamente il Tizio è un imbonitore senza precedenti, un’estemporanea demo della politica di serie B, un prodotto dell’abusivismo edilizio che è riuscito a guidare l’Italia verso la miseria, l’ignoranza e il digitale terrestre.
Perché c’è poco da ridere, l’Unità d’Italia è finita.
Qualcuno dice che non è mai esistita, sbagliando. Fatto sta che il Pisellone Verde, coi suoi ministri, le sue trote e i suoi sindaci affetti da analfabetismo di sola andata, ha fatto da catalizzatore ad una definitiva e duplice secessione: quella delle Regioni e quella dal Cervello.
Ma un dubbio ci devasta: la cravatta si è sbiadita perché non ci sono parole, o perché anche il nostro uomo è stato l’ennesimo – forse il più paradigmatico – leccaculo del potere?
Ci auguriamo che tutti le incertezze (per chi ne ha) si sciolgano presto come neve al sole.

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