sabato 31 luglio 2010

Segnali di vita (Franco Battiato)

 
Segnali di vita, di Franco Battiato 

Il tempo cambia molte cose nella vita
il senso le amicizie le opinioni
che voglia di cambiare che c'è in me
si sente il bisogno di una propria evoluzione
sganciata dalle regole comuni
da questa falsa personalità.
Segnali di vita nei cortili e nelle case all'imbrunire
le luci fanno ricordare
le meccaniche celesti.
Rumori che fanno sottofondo per le stelle
lo spazio cosmico si sta ingrandendo
e le galassie si allontanano
ti accorgi di come vola bassa la mia mente?
E colpa dei pensieri associativi
se non riesco a stare adesso qui.
Segnali di vita nei cortili e nelle case all'imbrunire
le luci fanno ricordare
le meccaniche celesti.

tratto dall'album La Voce del Padrone
(ottobre 1981)


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Appello Unicobas: prof superiori rifiutino più 18 ore a settimana...

 

Roma, 30 lug. (Apcom) - L'Unicobas scuola ha oggi inviato un appello a tutti i comitati dei precari e alle organizzazioni sindacali della scuola per limitare il numero di precari che il prossimo anno rimarranno senza contratto: la proposta consiste nel costituire un 'fronte comune', alle superiori, dove tutti i docenti sono chiamati a rifiutare eventuali cattedre che superino le 18 ore d'insegnamento settimanale. "In questo modo rivendicheranno - spiega Stefano d'Errico, segretario nazionale Unicobas - il diritto, sancito dall'art. 28 del Ccnl, a non svolgere un orario maggiorato di insegnamento, peraltro retribuito con una 'mancia'. Nessuno può obbligare i lavoratori della scuola a forme di straordinario obbligatorio".
Secondo il sindacalista si tratta di una "soluzione finale" inevitabile: "Quest'anno - continua d'Errico - pochissimi precari prenderanno l'incarico alle convocazioni. Con i tagli della riforma Gelmini ed i nuovi quadri orari delle superiori, dopo l'assunzione ai precari vengono 'scippate' anche le supplenze. E la situazione è destinata a peggiorare nel corso dei prossimi quattro anni, quando la riforma entrerà a regime. L'assorbimento degli esuberi del personale perdente posto riduce moltissimo gli incarichi".
Ma a tutto ciò, conseguenza delle riforme e dei tagli alla scuola imposti dalla legge 133/08 (circa 25mila cattedre in meno per tre anni), si aggiunge una recente disposizione degli Uffici scolastici provinciali: ai sindacati risulta che gli ex provveditorati si stanno organizzando per "dare cattedre anche a 24 ore, infischiandosene del limite contrattuale fissato a 18", ha sottolineato il leader dell'Unicobas.
Da qui l'invito del sindacato di base a tutto il personale docente, "anche di ruolo": perché "in questo modo gli Uffici scolastici provinciali - dice d'Errico - saranno costretti a chiedere al ministero una integrazione di organico, si libereranno altri posti per i colleghi rimasti senza lavoro e si avranno maggiori garanzie per il futuro"


 
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lunedì 26 luglio 2010

Sostegno Diversabilità




DEMENZA SENILE: PIU' ANNI DI SCUOLA RIDUCONO IL RISCHIO DI SVILUPPARLA

 http://www.blog4brains.com/wp-content/uploads/2008/07/old_man_reading.jpg
Più studi più allontani il rischio di demenza senile.
Lo rivela uno studio pubblicato sulla rivista Brain, secondo cui ogni anno in piu' di scuola diminuisce la probabilita' dell'11 per cento. 
I ricercatori hanno studiato i cervelli di 872 persone che prima di morire avevano compilato questionari sull'istruzione scolastica ricevuta. 
Lo studio ha dimostrato che persone con diversi livelli di istruzione hanno patologie cerebrali simili, ma quelli piu' preparati sono in grado di compensare gli effetti della demenza. 
"Ricerche precedenti hanno dimostrato che non c'e' un rapporto 'uno a uno' tra la demenza e i cambiamenti visti nel cervello dopo la morte", ha spiegato Hannah Keage, dell'universita' inglese di Cambridge, "una persona puo' mostrare grandi modifiche cerebrali e un'altra piccole, ma entrambe avere la perdita di capacita' cognitive. Questo studio dimostra che l'istruzione scolastica puo' 'insegnare' a sopportare meglio le modifiche cerebrali prima che portino ai sintomi della demenza".


L'Alzheimer è una patologia a carattere degenerativo del sistema nervoso centrale. L'esordio sintomatico è a carattere "insidioso": i primi sintomi sono lievi, sono difficili da riconoscere.

I sintomi di questa malattia sono tantissimi:
-Amnesia: è uno dei principali sintomi dell'Alzheimer. L'amnesia anterograda è l'incapacità di ricordare cose recenti. I pazienti affetti da demenza di Alzheimer tendono ad avere un (relativamente) buon ricordo delle cose passate ma a non ricordare le cose nuove, recenti.
-Aprassia: è l'incapacità di compiere azioni comuni: fischiettare, preparare il caffè, cucinare, fare dei disegni.
-Agnosia: è l'incapacità di riconoscere cose comuni. I pazienti affetti da Alzheimer tendono ad avere una maggiore difficoltà con gli oggetti animati, quali frutta, verdura ed animali.
-Anomia: incapacità a denominare un oggetto, pur riconoscendolo. Un soggetto affetto da anomia può utilizzare perifrasi, sinonimi, termini assonanti o neologismi per riferirsi all'oggetto di cui non ricorda il nome. Disorientamento spazio-temporale: quando il paziente non sa rispondere alle domande "che giorno è oggi", "in che mese siamo, in che stagione, in che anno". Vi è disorientamento spaziale se il paziente non sa rispondere alla domanda "dove ci troviamo ora".
-Acalculia: il soggetto non sa compiere operazioni matematiche elementari.
-Agrafia: il soggetto ha difficoltà di scrittura. Nelle forme più gravi non riesce a scrivere nemmeno la propria firma.
-Deficit intellettivi: peggioramento delle capacità di ragionamento, di pianificazione e di giudizio.
-Cambiamenti nel tono dell'umore
-Sintomi psicotici e modificazione della personalità. il paziente può assumere comportamenti bizzarri, o aggressivi.

E' bene dunque studiare per mantenere giovane e attento il nostro cervello. Il coordinatore dello studio ha dichiarato che è bene allenare il nostro cervello sin da piccoli.



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domenica 25 luglio 2010

Tagliando tagliando, la scuola...

 http://www.designinfusion.com/images/scissors_girl.jpg

Con le ultime stanche battute degli esami di Stato è calato il sipario sull´anno scolastico 2009/2010. Un anno da archiviare senza ripensamenti? Così in prima battuta. Invece, a una lettura più attenta, è un anno scolastico molto interessante e importante. Il primo vero anno dell´era Gelmini. L´anno della "mirabile" sintesi tra fatti e parole, tra pezzi di riforma attuati nella scuola di base e riforma della secondaria, tutta annunciata per il prossimo anno. Tra i tagli operati quest´anno, che hanno visto la scuola dimagrire di oltre cinquantamila unità, e quelli, altrettanto dolorosi, previsti per il prossimo anno, che sveleranno il vero volto anche della secondaria riformata: una scuola con meno ore e meno materie. Alla fine dell´anno il governo e il ministro portano a casa grandi risparmi, una scuola pubblica ridimensionata, un diritto all´istruzione che non è un diritto assoluto, per parafrasare il più recente Berlusconi.
Nella scuola elementare, a cominciare dalle prime classi, sono scomparsi i moduli e il concetto perfino della compresenza. I genitori continuano a chiedere modelli di orario lungo pensando al tempo pieno, e l´Amministrazione impassibile continua a offrire un tempo depotenziato. Nella nostra regione, nonostante le richieste meno timide dei genitori, non offre neppure quello. La scuola media, poi, ha una situazione ancora più drammatica. Il tempo prolungato è ormai un ricordo, di aree disciplinari non c´è più traccia. È stata strappata insomma alla scuola di base e spostata in un secondo grado d´altri tempi, dove c´è spazio per valutazioni solo numeriche, per un esame finale quasi più complesso di una maturità, per bacchettate a presidi e a docenti campani, ancora intontiti per lo snaturamento della loro scuola media, colpevoli di aver fatto "copiare" gli alunni durante le
prove Invalsi.
Per la scuola secondaria è stato l´anno dell´annuncio della riforma. Sulla parola del ministro si sono fatte le iscrizioni. I regolamenti attuativi della riforma li abbiamo visti sulla Gazzetta ufficiale a tempo
abbondantemente scaduto. I genitori, in molti casi, hanno scelto senza sapere le materie che avrebbero studiato i loro figli. Le scuole hanno scelto gli indirizzi senza sapere, spesso, di che cosa si trattasse. I docenti, in tanti casi, non sanno in quali scuole potranno spendere le loro abilitazioni. E non lo sa bene neppure il ministero, che continua a rivedere la tabella delle classi di concorso. L´unica certezza per gli insegnanti, come per il personale ata, sono i tagli di quest´anno, del prossimo, e di quelli che verranno.
Precari decimati, turn over non rimpiazzato, quest´anno. La stessa cosa succederà nel prossimo. Con l´aggravante che il soprannumero, cioè la perdita della sede di lavoro, si generalizzerà, mettendo in discussione, dalla radice, la continuità didattica, il diritto degli alunni di avere lo stesso docente per tutto un ciclo.
A breve, come ogni estate, tra un anno scolastico e l´altro, comincerà il lungo intermezzo dei supplenti. Convocati, sconvocati, riconvocati. Guerre tra poveri, al Sud come in tutta Italia, ma sempre tra i nostri precari, alla ricerca di un posto annuale, che per molti è ormai un miraggio. Un anno scolastico, quello che si sta concludendo, estremamente negativo per il personale della scuola. Che è cominciato con il rinvio, forse di un anno, dell´elezione delle rappresentanze sindacali d´istituto, e si conclude con la manovra del governo. La manovra penalizza in modo pesante i docenti, come gli altri lavoratori pubblici: tre anni senza contratto, le donne in pensione a 65 anni, la buonuscita spalmata su più anni. E sembra che sia andata loro pure bene perché hanno riavuto gli scatti di anzianità e perché riavranno, forse, il trenta per cento delle risorse risparmiate con i tagli. Risorse che, secondo i precedenti accordi, dovevano essere restituite loro per intero.
Artefice dell´attuazione della politica scolastica del governo è stata la Gelmini, una Gelmini più sobria. Più sobria nel numero delle esternazioni ma non nella "qualità" degli interventi. Da quando ha invitato le famiglie di immigrati clandestini a non nascondere dietro i figli che frequentano la scuola la loro situazione di illegalità, perché la legge va rispettata, a quando ha considerato un "privilegio" l´astensione obbligatoria delle lavoratrici madri. Fino all´ultima di pochi giorni fa. L´anno prossimo alcune materie si insegneranno in inglese, fiore all´occhiello della riforma. «L´insegnamento di alcune materie in lingua straniera sarà deciso liberamente dalle scuole», ha detto la Gelmini, dimenticando che le scuole non ricevono un euro per il funzionamento generale e didattico. Inoltre dal 2012 saranno introdotti negli esami di maturità «test standard per misurare la qualità dell´istruzione e il livello di apprendimento su tutto il territorio nazionale, indipendentemente da scuole e commissioni». Tale prova, secondo il ministro, dovrebbe permettere una valutazione omogenea degli studenti e un confronto più oggettivo tra le varie performance regionali, oggi materia di scontro anche politico. Il ministro subisce, al solito, il fascino della peggiore ideologia leghista.
Mentre tutta sua è la battaglia per un ritorno a una scuola severa. Costi quel che costi in termini di selezione.


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"Caro Silvio, ecco che farei se fossi ministro per le imprese" (di Edoardo Nesi)...

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Caro Presidente Berlusconi
Le scrivo perchè Lei è il Ministro dello Sviluppo Economico della Repubblica Italiana. Io sono uno scrittore che per quindici anni ha fatto l'imprenditore nel lanificio di famiglia, a Prato, e se è impossibile paragonare le nostre responsabilità, le nostre competenze, le nostre idee, so bene cosa farei se fossi al suo posto. 
Se fossi Ministro dello Sviluppo Economico, penserei solo a trovare un lavoro alle figlie e ai figli degli italiani, che oggi escono dalle scuole tecniche, dai licei, dalle università e cominciano a passare da un vuoto lavoro temporaneo all' altro, senza mai imparare un mestiere, rincorrendo i loro giorni in un grigio presente infinito nel quale la parola futuro non ha più senso, se non per spaventare. 
Se fossi Ministro dello Sviluppo Economico, comincerei a dire che l' Italia ha bisogno di nuove aziende. Aziende che assumano invece di licenziare. Aziende che ricordino la cruda lezione del declino del manifatturiero e siano capaci di superarla e sublimarla. Aziende che producano prodotti che non si possano fabbricare a prezzo più basso in Cina o in India. Aziende senza neanche una macchina, che vendano idee ed esistano solo su Internet. Migliaia e migliaia di aziende piccole e furbe e libere ancora tutte da inventare, che riescano a vendere prodotti che ancora non esistono e che io e lei faremmo fatica a capire. Aziende che possono essere create solo da quelle ragazze e quei ragazzi meritevoli che nemmeno le nostre scuole sono riuscite a fiaccare - magari dalle figlie e dai figli dei licenziati, dei cassintegrati, dei disoccupati: dai migliori di quella generazione dimenticata che oggi state consegnando a un futuro di inevitabile decadenza. S' io fossi Ministro dello Sviluppo Economico non direi che per aiutare la nascita di nuove aziende basta eliminare tutti i vincoli burocratici alla loro creazione, e non nominerei nemmeno il federalismo fiscale, che con lo sviluppo economico c' entra come il culo con le quarant' ore. E lascerei perdere l' idea balzana di cambiare l' articolo 41 della Costituzione. S' io fossi Ministro dello Sviluppo Economico direi, invece, che l' unico modo per far nascere queste aziende è metter loro a disposizione il capitale, poiché oggi il sistema è bloccato, e nè le famiglie nè le banche possono o vogliono rischiare il loro denaro su nuove aziende capitanate da chi oggi ha meno di trent' anni. 
Prenda il telefono e chiami il direttore di una filiale di una qualsiasi banca. Si presenti come il signor Beruschi, chieda di poter ottenere un prestito per far iniziare una nuova attività a suo figlio neolaureato, e poi cronometri quanti secondi passano prima che il direttore della banca, nel migliore dei casi, le chieda quale immobile vorrebbe dare in garanzia. Se io fossi Ministro dello Sviluppo Economico e Presidente del Consiglio com' è lei, andrei in televisione a reti unificate e ricorderei agli italiani, alle banche, all' Europa che un debito non è quel marchio d' infamia che par essere diventato oggi, ma il patto antichissimo tra chi ha i soldi e chi sa lavorare, il necessario compagno di viaggio di ogni impresa e d' ogni persona. Direi che la vita stessa è un processo d' indebitamento, poichè si cresce indebitandosi (di sapere, d' esperienze, d' amore, di soldi) con i genitori per poi restituire il nostro debito facendo credito delle stesse preziosissime cose ai nostri figli. Annuncerei che dar lavoro alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi diventa da subito la massima priorità dello stato, e che tutto il resto passa in secondo piano - prime tra tutte le dannate infrastrutture, visto il branco di lupi che vi si aduna intorno ogni volta che ne mettete in cantiere una. Se io fossi Ministro dello Sviluppo Economico farei una chiamata. Inviterei chiunque abbia meno di trent' anni e un' idea imprenditoriale a venire a esporla, perché le migliori verranno finanziate. I soldi li prenderei dai quei 95 miliardi di euro rimpatriati con lo scudo fiscale. Chiederei a quelle signore e a quei signori il moderatissimo sacrificio di pagare un altro 1%, oltre al 5% che hanno già versato per riportare i loro soldi in Italia. Non crede che con 950 milioni di euro si potrebbe fare molto, per i nostri figli? E non sarebbe una cosa profondamente giusta e morale, Presidente, usare proprio quei soldi bigi per far ridiventare artefici del proprio destino le nostre ragazze e i nostri ragazzi, invece di tagliare ogni sogno delle loro vite e condannarli a un' esistenza precaria? Diventerebbe la meritoria, necessaria, lungimirante apertura di credito che la sua generazione, la più ricca di sempre, farebbe a quella dei trentenni, che invece rischiano d' essere i primi italiani da secoli ad andare a star peggio dei loro padri. 
Se fossi Lei, Presidente, riprenderei in mano il potere unico e superiore della politica: quello di cambiare le cose, di dare speranza, di investire sul futuro delle generazioni più giovani con un grande atto di fiducia nella nostra gente - inclusi, certo, tutti quegli immigrati che sono venuti in Italia per lavorare e rispettare la legge, dai quali son convinto verrebbe una caterva di nuove idee imprenditoriali. Mi comporterei come un padre di famiglia. Troverei il coraggio di concedere fiducia a chi ancora non ha dimostrato di meritarla. Sarei generoso. 
Darei il buon esempio, per una volta, maledizione. 

Edoardo Nesi 

Lo scrittore Edoardo Nesi, nato a Prato nel 1964, è autore del romanzo «Storia della mia gente» in cui racconta di una generazione, la sua, che per la prima volta si ritrova più povera e con meno prospettive dei propri genitori. Nesi ha all' attivo sette romanzi pubblicati da Bompiani. Figlio di imprenditori, ha lavorato per oltre 20 anni nell' azienda tessile di famiglia che nel 2004 è stato costretto a vendere.


Pagina 26
(21 luglio 2010) - Corriere della Sera


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La scuola al tappeto...

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Nell’unico Paese occidentale dove lIsola dei famosi continua a fare record d’ascolti, quello in cui i libri si leggono sempre di meno e i grandi cervelli scappano all’estero, si continua a fare tagli all’istruzione e alla ricerca.
Migliaia di maestre e professori precari, vengono lasciati a casa dall’oggi al domani.
Con un taglio da otto miliardi di euro in tre anni, 145 mila persone, tra docenti e ATA, non avranno più lavoro. Miliardi sottratti al futuro dei nostri figli e non ai corrotti o agli evasori.
Tremonti ha giustificato questo massacro come una scelta ob­bligata, mentre non sembra esserlo per paesi come la Francia, la Germania, la Danimarca, che aumentano invece di ridurre i fondi all’istruzione.
La ragione di tutto questo appare ovvia: la scuola insegna a pensare, a decidere, a capire. Questa classe dirigente, rozza e volgare, invece ci vuole tutti incapaci di agire, di progettare e sperare.
Le scuole italiane già da tempo stanno accusando i problemi che questi tagli hanno provocato: abbassamento dell’offerta formativa, tagli al tempo pieno, l’impossibilità di aprire nuove sezioni a fronte di un forte aumento di alunni. Ma se il governo taglia i Comuni provano a ricucire. Ad Argelato si è inaugurata una nuova scuola materna che per­metterà a molti bambini, a Settembre, di usufruire di questo servizio, ma allo stesso tempo però ancora molti resteranno fuori, perché la terza sezione, richiesta con forza, non è stata concessa, le insegnati non sono state mandate. Il Comune, che ha dovuto effettuare una pesante riduzione delle spese, in quanto fuori dal patto di stabilità, proprio perché ha voluto fortemente la scuola materna, ha tra le sue priorità, ancora una volta la scuola.
Una società che non investe nella scuola rinuncia al suo fu­turo.
Le scuole sono rimaste il solo luogo comunitario quotidiano costante dove adulti, bambini o ragazzi condividono spazi, pa­role, affetto, difficoltà, fatiche, speranze, sogni, dispiaceri. Oggi la scuola va sostenuta perché è questo. E lo è in mezzo a una società in cui è saltato il patto tra adulti. Quel patto che fonda e rende possibile la trasmissione simbolica dei valori, delle regole, dei modi di porgere e porgersi che passano da una generazione all’altra. Occorre partire dalla scuola, perché solo da essa può venire un contributo sostanziale per affermare la cultura della legalità e del rispetto inviolabile della dignità della persona.
Argelato Democratica



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mercoledì 21 luglio 2010

Proposta di don Verzè, risposta della prof.ssa De Monticelli: "Tengo a dissociarmi nettamente e pubblicamente..."

Roberta De Monticelli: "Tengo a dissociarmi nettamente e pubblicamente e da queste parole e dalla logica che le sottende, logica che da una vita combatto, come combatto da sempre il corporativismo e i sistemi clientelari dell’Università italiana..."


La professoressa del San Raffaele Roberta De Monticelli ha polemizzato con don Luigi Verzè, rettore dell’università e grande amico del premier, che ha tenuto la cerimonia di proclamazione:
Quella cerimonia ha offeso insegnanti e studenti. Don Verzè intervenendo come è suo diritto alla cerimonia delle proclamazioni delle lauree, si è rivolto alla sola candidata Barbara Berlusconi, che giungeva a conclusione del suo percorso triennale, chiedendole se riteneva che potesse nascere una facoltà di Economia del San Raffaele basata sul pensiero dell’autore sul quale verteva la sua tesi, e invitandola a diventare docente di questa Università, in presenza del presidente del Consiglio, il quale assisteva alla cerimonia. Intendo dissociarmi apertamente e pubblicamente da questa che ritengo una violazione non solo del principio della pari dignità formale degli studenti, non solo della forma e della sostanza di un atto pubblico quale una proclamazione di laurea, non solo della dignità di un corpo docente che il rettore dovrebbe rappresentare, ma anche dei requisiti etici di una istituzione universitaria d’eccellenza quale l’Università San Raffaele giustamente aspira a essere. Tengo a dissociarmi nettamente e pubblicamente e da queste parole e dalla logica che le sottende, logica che da una vita combatto, come combatto da sempre il corporativismo e i sistemi clientelari dell’Università italiana, e il progressivo affossamento di tutti i criteri di eccellenza e di merito, oltre che dell’Università stessa come scuola di libertà”.

Ad accendere la miccia il fatto che ieri, durante la proclamazione delle lauree, Verzé si è rivolto alla sola figlia del premier chiedendole “se riteneva che potesse nascere una facoltà di Economia del San Raffaele, basata sul pensiero di Sen, e invitandola a diventare docente di questa università alla presenza del Presidente del Consiglio”, ricorda la professoressa Roberta De Monticelli in una lettera al quotidiano Repubblica. Secondo la prof.ssa De Monticelli Verzé avrebbe fatto discriminazioni citando e lodando apertamente la figlia di un suo amico, il premier.


Il San Raffaele ha replicato precisando che quella che don Luigi Verzé avrebbe rivolto ieri a Barbara Berlusconi durante la proclamazione per la sua laurea “non era certo una proposta di lavoro né tantomeno una discriminazione nei confronti degli altri neo dottori”, ma solo una parola affettuosa “a una persona che semplicemente conosce sin da bambina”. Ma la direzione precisa anche che “non si deve gridare allo scandalo: qualcuno si meraviglia se alla Cattolica i docenti si sono praticamente tutti formati nelle file di quell’Università? Chi frequenta don Luigi sa che egli considera i nostri discenti i nostri primi docenti”.


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