
L'ultimo testo di Girolamo De Michele, autore limpido e raffinato (qui più volte evocato per il suo La scuola è di tutti), si presenta come uno straordinario "corso di sopravvivenza" attraverso la Filosofia.
Questa non è la summa del sapere filosofico, e neanche l'esposizione della mia filosofia (altrimenti ci trovereste, assieme a David Foster Wallace, Bacon - il pittore - e Kubrick, che nella mia libreria sono l'uno accanto agli altri).
2. La filosofia e l’arte di creare il buco
Il filosofo che elabora un concetto è un po’ come il calciatore che fa una giocata. I calciatori (o i cestisti, ecc.) possono essere divisi in tre categorie. Ci sono quelli che fanno ciò che noi che siamo sugli spalti faremmo (così crediamo, almeno), al posto loro: vedono un buco che vediamo anche noi e lo attraversano, o ci fanno passare il pallone. Poi ci sono quelli che vedono un buco che a noi sfuggiva, un buco che noi gente comune vediamo solo al ralenti, in televisione, o addirittura con la moviola, ma che a occhio nudo non si vedeva. Poi ci sono i geni: quelli che il buco lo creano. Maradona o Baggio che partono da centrocampo contro la difesa schierata e hanno già visto dove passeranno, Platini che ha capito come si muoveranno compagni e avversari prima di impostare l’azione, Johan Cruijff che si lancia contro gli avversari e sembra attraversarli o sorvolare le loro gambe tese, il pallonetto di Pelé nella finale del 1958.I concetti filosofici sono come le giocate dei giocatori. Ci sono quelli che esprimono ciò che l’opinione corrente pensa, che aiutano la pubblica opinione a trovare le parole per esprimere il senso comune: nel primo Novecento Croce e Gentile in Italia dicevano ciò che tutto sommato l’opinione corrente voleva sentirsi dire, e questo faceva di loro filosofi di fama; la loro arretratezza, rispetto al panorama filosofico europeo, esprimeva l’arretratezza dell’Italia del primo Novecento. Lo stesso vale, nell’età vittoriana, per Herbert Spencer, con il suo “darwinismo sociale”: una lettura scorretta di Darwin, che esprimeva bene la mentalità imperialista britannica. Erano filosofi che non aggiungevano nulla di nuovo a ciò che del mondo si sapeva, e non a caso oggi non li si considera più importanti (anche se c’è chi, senza rendersene conto, continua a pensare come loro).
Poi ci sono quelli che esprimono qualcosa di nuovo, di mai visto o concepito. Per effetto dei loro concetti il mondo cambia, perché del mondo vediamo e comprendiamo qualcosa che fino ad allora ci era ignoto. I loro concetti durano finché hanno qualcosa di nuovo da dire, ma prima o poi (parliamo di secoli, beninteso) smettono di stimolare la nostra mente.E infine, ecco i grandi filosofi, i cui concetti continuano a produrre novità, conoscenza, comprensione: ci sono concetti (le “idee” di Platone, l’“intelletto produttivo” di Aristotele, la “gioia” di Spinoza, il “divenire” di Eraclito, gli “atomi” di Lucrezio, il “nichilismo” di Nietzsche, la “ragione riflettente” di Kant, l’“arido vero” di Leopardi, la “dignità umana” di Pico della Mirandola, la “sincerità” di Montaigne, la “merce” di Marx) che sono uno scrigno del tesoro che sembra non esaurirsi mai.
Nei libri di filosofia si parla soprattutto di loro, e a giusta ragione: ma non dovremmo mai dimenticare che ciascuno di loro aveva intorno a sé filosofi del primo e secondo tipo – e scienziati, e artisti, e uomini di Chiesa e di Stato, e gente comune – con i quali si confrontava, discuteva, affinava i propri concetti. Non a caso la filosofia occidentale nasce nelle città, cioè nella polis greca; e le città erano fatte non di luoghi chiusi e privati, ma di spazi aperti e pubblici: piazze, porticati, giardini, accademie, licei. Spazi abitati talvolta persino da donne (persino da prostitute!): la filosofia nasce pubblica.
Però ci sono anche monumenti come il Partenone: sono stati costruiti in un certo modo, ma di loro oggi restano solo dei frammenti. L’esplosione di una polveriera, i furti di materiale, gli archeologi che hanno scrostato le tracce di colore perché volevano che i marmi fossero bianchi, eccetera: non più l’intera costruzione, ma solo le rovine stanno davanti ai nostri occhi. Ci sono sistemi filosofici che sono stati un monumento, e dei quali oggi resta solo qualche colonna, bella abbastanza da giustificare un viaggio per andare a vederla. Un esempio è Hegel: nell’Ottocento il suo sistema filosofico sembrò a molti la sintesi definitiva, una gigantesca costellazione nella quale ogni cosa aveva un posto e una ragione di essere. Oggi di quel monumento resta qualche frammento: il concetto di “amore”, il “rapporto servo-padrone”, il conflitto “cuore-ragione”; ma non il concetto fondamentale, la “dialettica”. Questa, per inciso, è una delle ragioni per cui in questo libro non c’è un capitolo su Hegel. Diciamo, per completare questo paragone, che ci sono sistemi filosofici che sono come torri costruite mattone su mattone, l’uno sull’altro: se anche un solo mattone viene tolto alla costruzione, l’intera torre precipita. E ci sono sistemi costruiti come un tempio greco: prima le colonne, cioè un certo numero di basi, poi il frontone e tutto il resto. Se il tempio crolla, resta pur sempre qualcosa da ammirare. E poi ci sono i sistemi che non crollano.
I monumenti filosofici, come quelli reali, hanno dunque un tempo tutto loro: erano presenti nel passato, ma lo sono ancora, e probabilmente saranno ancora presenti quando noi non ci saremo più. Ogni filosofo si confronta col proprio tempo, e in qualche modo lo esprime: ma anche, e forse ancor di più, si confronta con i grandi del passato. Non c’è filosofo che non sia costretto a fare i conti con Platone e Aristotele, in qualche modo a scegliere tra i due; sembra quasi che Platone e Aristotele abbiano determinato alcune alternative basilari, rispetto alle quali si è platonici o aristotelici: ad esempio, se la filosofia debba spiegare perché il mondo è così com’è (Aristotele, ma anche Hegel) o debba pensare la possibilità di un mondo diverso da quello presente (Platone e Deleuze, ma anche Kant e Marx). Non c’è filosofo serio che non abbia attraversato, non importa se per allontanarsene o piantarvi la tenda, quei territori ancora non del tutto esplorati che sono i cosiddetti “classici”. Il passato non svanisce, ma coesiste col presente, come quegli strati geologici che troviamo sotto lo strato del presente: il tempo filosofico è un tempo non storico, ma stratiforme. Questo vuol dire che la filosofia è una cosa molto diversa dalla storia della filosofia, nella quale i filosofi sono infilati come grani di un rosario e la conoscenza si svolge dal più antico al più recente: col risultato di rendere inspiegabile il perché alcuni tra i più grandi (e secondo molti i due più grandi) sono stati i primi. La storia della filosofia è un’aberrazione che rischia di uccidere la filosofia, a meno che non sia una semplice scala che consente di superare il muro dell’ignoranza: una volta conosciuti i filosofi e i loro concetti, questa scala va gettata via.
Un altro cattivo concetto è quello dell’oggettività della conoscenza: che sia possibile ricostruire il pensiero di un autore in modo “oggettivo” è impossibile, perché chi lo ricostruisce (in questo caso noi) vive e pensa in un altro tempo e in un altro mondo, e non solo il mondo, ma anche la mente umana si evolve: è la grande scoperta del napoletano Vico, il primo filosofo capace di pensare un concetto fondamentale come “infanzia” accanto a quello di “mente”. Ma lo stesso Vico ci ammonisce, con le sue opere, a evitare quell’errore (la “boria dei dotti”) che consiste nel crederci superiori ai nostri predecessori solo perché veniamo dopo e abbiamo (o crediamo di avere) scoperto alcuni loro errori. Nel leggere i filosofi (ma lo stesso vale per ogni prodotto dell’ingegno umano) dobbiamo cercare di far coesistere due dimensioni temporali tra loro incompatibili: cercare di pensare con la loro mente, di pensare come loro pensavano, ma al tempo stesso pensarli come presenti, perché rispondono a domande che noi oggi ci poniamo, ma che essi non si posero. Oggi che la medicina scopre affascinanti possibilità derivanti dalle cellule staminali, il concetto di “possibilità” che Giordano Bruno vedeva nella materia vivente (e che gli derivava dal greco Anassagora) ci sembra attualissimo: al suo tempo, fu giudicato irrilevante a fronte delle cosiddette eresie di cui il suo pensiero era pieno, e che gli costarono il martirio sul rogo ad opera dell’Inquisizione. G. De Michele, Filosofia. Corso di sopravvivenza, Ponte delle Grazie, 2011, pp. 9-13.
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Anche la filosofia è di tutti!
RispondiEliminaGirolamo de Michele
Lo sto leggendo. Un testo sorprendente, pensavo fosse il solito "manuale", invece è un originale cammino narrativo nell'universo del pensiero umano. complimenti all'autore.
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